Nanni Balestrini

TRISTANOIL

Testi di

Manuela Gandini

Paolo Bertetto

Giacomo Verde

Vittorio Pellegrineschi

Gian Maria Annovi

 

 

il canneto editore

 

 

 

OIL

di Manuela Gandini

 

E’ il flusso di un sogno ininterrotto. Un sogno senza veglia. Senza pause. È l’agonia della realtà che vi appare in tutte le sue sfumature, in un film che è privo sfumature, le cui immagini fluide sono interamente permeate da una patina di petrolio. Le sequenze di “Tristanoil” di dieci minuti ciascuna, si ricombinano all’infinito creando volta a volta nuove storie, mai uguali una all’altra. “Tristanoil” è come “Tristano” (1) il romanzo multiplo di Nanni Balestrini, definito un libro anti-gutenberghiano, i cui volumi sono tutti diversi tra loro. Il racconto, non seriale,  è fatto di frammenti di testi tratti da manuali tecnici di fotografia e di botanica, dalle guide turistiche, dai gialli e dai feuilleton. Ogni lettore è invitato a costruire la propria storia. I protagonisti, una strana coppia fluttuante, si chiamano entrambi C. e i loro umori scorrono in modo sempre diverso tra le luci delle case intraviste dietro gli alberi, una parola sussurrata, la cenere di una sigaretta. Ogni città si chiama C. e tutto si perde nell’indistinto. Le frasi mutano repentinamente dal presente al passato, dall’asettica descrizione di una gettata di cemento al silenzio della donna. 

Sovrapporre un’altra immagine. Rifiuti vecchi che fermentano al sole e rifiuti freschi che mucche cammelli e capre brucano tra i detriti delle case bombardate dai mortai. E poi carcasse di auto e camioncini dati alle fiamme per alzare le barricate. Già visto. La precarietà dell’assemblaggio di materiali di diversa provenienza collegati tra loro non per integrazioni bensì per associazione . Il tanfo dei rifiuti che prende alla gola e arriva subito allo stomaco. Cercò un’immagine più dettagliata. Come un pugno. Ti senti male. Non è niente. ” (2) 

Come la vita, il fluire degli stati d’animo, delle immagini, dei pensieri, delle sensazioni, delle azioni, si manifesta in un continuum puntellato da micro-catastrofi, da inciampi e incongruenze. Nessuna linearità è possibile, nessuna narrazione. Sta a voi dare un senso, un senso a “Tristano”, un senso a Tristanoil”.

Il film è destinato a mutare biologicamente e a sopravviverci, è un melting pot evenemenziale apocalittico autogenerativo. Nessuno potrà mai rivederlo nello stesso modo.

Persegue la sua idea di distruzione, giorno e notte. E’ un’epopea che si svolge in questo nostro manicomio a cielo aperto in un loop mentale che non vi lascia vie d’uscita. L’insieme mutante delle sequenze, tratte da oltre 150 video, viene generato dal computer e fa rivivere, per frammenti, i disastri ecologici commentati dalla CNN, gli incendi delle raffinerie petrolifere, le guerre civili, gli uomini e le donne che rovistano come ratti in discariche putride e il mondo dorato di “Dallas”. La soap opera incentrata sulla figura JR Erwing, petroliere senza scrupoli, è simbolo della prosperità del Texas, dei soldi facili, delle speculazioni petrolifere degli anni settanta ottanta. I telespettatori di novanta paesi al mondo si nutrivano di intrighi, cinismo, edonismo, sesso plastificato, modellavano i propri desideri sul cliché della  ricca dinastia, bevevano petrolio e sognavano ricchezza: sogni cupi senza risveglio.  “Tristanoil” è un incubo che si rinnova ogni dieci minuti, perché è un po’ come tenere la TV sempre accesa. “Tristanoil” corona la pratica poetica di Balestrini, autore in letteratura come in arte di tecniche di cut up, smontaggio, montaggio, rimontaggio delle cronache politiche. “Una tecnica come quella di Balestrini  - scriveva Luciano Anceschi – tiene gli oggetti in uno stato perpetuo di inquietudine e di disgregazione, e ciò corrisponde ad un giudizio sulla società”.

Così “Tristanoil”, che ha già passato 2400 ore di proiezione, 24 ore su 24, durante i 100 giorni di dOCUMENTA(13), in un monitor collocato all’interno del bar dell’ex sede dell’ Offener Kanal, una televisione tedesca, sta ora continuando la sua marcia visiva nelle città italiane. Quante ore avrà vissuto in questo momento?

Le sequenze sono accompagnate da un sonoro che alterna le voci dei mezzibusti americani, alla voce dell’artista che pronuncia frasi o parole spezzate tratte dal “Tristano”. Un’eco inquietante, reiterata, accompagna questo viaggio incerto tra i detriti del presente. Nessuna meta e nessun percorso. Le immagini, così intrise, diventano liquide, i colori originari dei film si fondono in gialli e viola piatti sotto le onde dense del petrolio e la tossicità retinica dei frame aumenta continuamente.  “In una società liquido-moderna – scrive Zygmunt Bauman - gli individui non possono concretizzare i propri risultati in beni duraturi: in un attimo, infatti, le attività si traducono in passività e le capacità in incapacità. (…) In una società simile nulla si può sottrarre alla legge universale della esitabilità e a nulla può essere concesso di restare più dello stretto necessario. La costanza, la resistenza e la vischiosità delle cose, inanimate e animate, costituiscono il più sinistro e grave dei pericoli, la fonte delle peggiori paure e il bersaglio delle aggressioni più violente”. (3)

Nel lavoro di Balestrini, la parola, l’informazione, i caratteri tipografici hanno sempre un ruolo centrale. L’artista usa materiale vivo, usa la cronaca e ogni genere di testo: il parlato dei collettivi, il discorso politico, il volantino, gli articoli dei quotidiani, i referti medici. Lavora dagli anni sessanta con la pratica del détournement , definita dall’Internazionale Situazionista come “La perdita d’importanza del significato originario di ogni singolo elemento autonomo e l’organizzazione di un altro insieme significante, che conferisca ad ogni elemento una nuova portata” (4). Una portata non solo artistica, ma una proposta attiva all’interno del mondo culturale e politico.  Se, nel film “La Societé du Spectacle”,  Guy Debord spiega il funzionamento del sistema di falsificazione spettacolare attraverso il montaggio di sequenze hollywoodiane e di spezzoni televisivi, “Tristanoil” mostra, senza commentare, senza farne un manifesto, l’assurdità del sistema tardocapitalistico post-fordista.

Il petrolio, sangue infetto della civiltà industriale,  entra, dal secolo scorso, nell’arte, nella letteratura e nel cinema, stabilendo accezioni contraddittorie e ambigue. Come non ricordare James Dean nel film “Il Gigante”? Quel gigante che è il Texas? O come non pensare al benzinaio calvo di Edward Hopper che sistema la pompa mentre a lato l’erba brucia? O a Mario Schifano con  il logo gocciolante della “Esso”? O a Valie EXPORT con la sua recente piscina di olio saturo sormontata da una piramide di Kalashnikov?

In “Tristanoil” tutto è immerso e contaminato, sia l’interno borghese texano sia il pellicano nero, immobile, esanime, trasfigurato dal petrolio riversato in mare dalle piattaforme. Poi comincia la sigla rassicurante di “Dallas” e i cartoni animati sullo sfondo di un inferno fatto di vocine per l’infanzia. Centinaia di monitor circondano gli impiegati della borsa imbambolati e assenti come robot. Times Square, le discariche, la ricchezza, la miseria nera. Quel petrolio mortifero è il sangue di tutti. E’ un destino che ci lega, riempie ogni spazio e ogni interstizio negando la vita.

 

ricondurre con violenza lo spettatore alla vita

toccare direttamente il sistema nervoso

far emergere la sensazione attraverso l’immagine

i cui segni abbiano una sorta di inevitabilità

il modo in cui rendere l’apparenza

un metodo di esecuzione illogico.

 

Scrive Balestrini in “Caosmogonia” (5).

 

Come in un incantesimo, assistiamo a questa immortalità negativa, a proposito della quale  Jean Baudrillard scrive: “Si tratta della messa a morte della metafora, del sogno, dell’illusione, dell’utopia attraverso la sua realizzazione incondizionata” (6).

Già dagli anni sessanta, Balestrini si appropria dell’esistente, come Cage si appropriava dei rumori. Isola frasi, occhielli e titoli dai quotidiani, li assembla e ricrea nuove narrazioni che sono come interrogativi o cose rimaste in sospeso. Chi sta parlando? Chi vi sta dicendo cosa? Quale verità emerge da questo implacabile cut up? Il nero topografico dei suoi quadri o il contenuto dei suoi racconti, comunicano un fatto che già conosciamo, che ci è familiare ma che ci sfugge nella sostanza. “Questo ci preoccupa con Balestrini: – scrive Umberto Eco – il sospetto che il suo massacro di significanti riciclati non comporti anche una rilettura del significato di ciò che è stato riciclato” (7). Via via, nel tempo, le frasi assemblate in collage si sono rotte, le parole sono diventate sillabe, si sono aggrumate, centrifugate, polverizzate, compiendo il processo inverso a quello teorizzato dai lettristi. I membri del movimento fondato da Isidore Isou, immaginavano un universo costruito a partire dallo sminuzzamento del linguaggio corrente per una ricostruzione psicofisica di città, di modi di vivere e di pensare. Balestrini non inventa universi, rivitalizza le immagini e le parole con atteggiamento ecologico, è artefice della loro reincarnazione. Dove i valori si estinguono, ha la capacità di generare tensione e sospensione, energia e forza. Lavora sul linguaggio per ridare forma a fatti che galleggiano sulla superficie dei media. E, come Picasso alla domanda dell’ufficiale nazista se fosse lui l’autore di  “Guernica”, anche Balestrini potrebbe rispondere: “No, lo avete fatto voi!”

(1)   Nanni Balestrini “Tristano TE3136” copia unica di Manuela, DeriveApprodi, Roma 2007.

(2)   Op. cit. p.75

(3)   Zygmunt Bauman “Vita liquida”, Laterza, Bari 2007, pp 7-9.

(4)   Mario Perniola “I Situazionisti”, Castelvecchi, Roma 1998, p.21.

(5)   Nanni Balestrini “Caosmogonia”….

(6)   Jean Baudrillard “L’illusione della fine o lo sciopero degli eventi”, Anabasi 1993.

(7)   AA.VV. “Nanni Balestrini. Paesaggi verbali”, Emilio Mazzoli, Modena, 2002.