PREFAZIONE di Alessandro Dal Lago

È insolito che un sociologo presenti l'opera di un narratore. Il primo si trova a suo agio quando descrive o cerca di comprendere le banalità quotidiane, mentre il secondo, come ha scritto Walter Benjamin, è interessato a cavar fuori dal mondo qualche tipo di epica. Tuttavia, ho accettato con piacere di presentare questa riedizione del romanzo di Nanni Balestrini sugli ultrà milanisti per alcuni motivi che mi sembrano buoni.

Il primo è che sono un tifoso di calcio e del Milan. C'è poco da fare: quando ci si fissa su una squadra (questo è il tifo, una forma di fissazione che ci viene da piccoli), è pressoché impossibile voltar gabbana. Diffidate sempre dei transfughi o dei pentiti, nel calcio non meno che nella vita seria. Magari la fissazione si attenua, o diviene intermittente, ma come si fa a cambiar casacca quando, per cinquant'anni, ci si è entusiasmati per le imprese di Liedholm e di Rivera, di Sani, Altafini e Pierino Prati, fino ad arrivare, passando per tanti onesti lavoratori del pallone o eroi dimenticati, a Maldini e Schevchenko? Quando agli stessi colori hanno dato lustro visioni così diverse della vita come il catenaccio di Nereo Rocco o il fanatismo podistico di Arrigo Sacchi? Ma la passione per una squadra, e solo per quella, non si limita al calcio come gioco o sport. Il tifo, che pure si nutre di giocate, partite, derby, schemi, tattiche, finali di campionato e di coppe,ha a che fare piuttosto, nei tifosi, con la creazione una seconda biografia, che sopravvive ostinatatamente accanto a quella seria. È un modo di coltivare o di preservare ciò che non si è più, di rimanere ostinatamente attaccati alla propria adolescenza, quando la domenica era occasione di festa, divertimento, passione, fede e avventura.

La gente raffinata - quella che ha chiuso i conti con l'adolescenza molto tempo fa - non capisce come una persona come me,che si avvia ( o dovrebbe avviarsi) alla maturità, possa ancora saltare sulla poltrona o inveire contro l'arbitro, o magari insultare l'anziana mamma del giocatore di un'altra squadra. E soprattutto, come nel mio caso, che uno di sinistra possa tifare per una squadra identificata con un miliardario di destra venuto dal nulla, un tizio in doppiopetto finito, per una serie di circostanze che hanno dell'incredibile, a governare il nostro bizzarro paese. Beh, la risposta è facile. Agli adolescenti non importa nulla dei padroni del calcio, spesso palazzinari, avventurieri di provincia, petrolieri con o senza macchia, nei casi migliori imprenditori del mattone, del salume o della scarpa. Chi, almeno tra i tifosi più giovani, ricorda più, citando a caso, Riva, Farina, Rozzi, Anconetani, Massimino e tanti altri? Chi, a Dio piacendo, quando alla fine il cielo si deciderà a schiarirsi, si ricorderà più di Berlusconi, Cecchi Gori e perfino dell'eccezione suprema, il defunto principe sabaudo dall'erre moscia, che ci ha inflitto per cinquant'anni, non richiesto, le sue lezioni sulla vita, l'economia e il mondo del pallone?

I tifosi, adolescenti vecchi e giovani, hanno sempre inneggiato ai padroni delle squadre, quando andavano ad ingaggiare i funamboli ai quattro canti del pianeta, ma poi, per lo più, li maledicono, se la squadra perde colpi o retrocede. Quanti padroncini o presidenti han dovuto filarsela dallo stadio sotto piogge di insulti o perfino di sassi! E quanti hanno scoperto che la muta adorante diveniva feroce, se la si deludeva o si dimenticava che nel calcio i padroni della squadra sono i tifosi. Nel calcio, rito che si consuma in spazi turbolenti, direttamente derivanti dagli antichi circhi, spira da sempre un'aria di contestazione. Se non erro, la sola grande rivolta dell'antichità, dopo l'epopea di Spartaco, avvenne nel circo di Bisanzio, sotto Giustiniano. Furono le due fazioni di tifosi delle corse dei carri, i Verdi e gli Azzurri, a rivoltarsi contro l'imperatore, per motivi che restano oscuri, ma che rimandano in ogni caso a una passione diffusa e sfrenata. La politica, che sembra bandita dal calcio - in cui i critici supponenti hanno sempre visto un oppiaceo dei popoli - può riemergere negli stadi in forme imprevedibili. Sinistre, quando razzisti o neo-nazisti manipolano le curve per diffondere le loro turptudini. Ma anche libertarie, quando di colpo il tronfio padroncino di una squadra, che si illudeva di continuare in politica la sua carriera di demagogo del pallone, viene sbeffeggiato di fronte a cinquantamila testimoni ( o quando come è successo proprio ai milanisti qualche anno fa, l'innodi Forza Italia è stato sonoramente fischiato dalla curva).

Il secondo motivo per presentare I furiosi è che, tutto sommato, ho sempre avuto simpatia per il movimento ultra. In un'epoca che ha fatto degli operatori di borsa i simboli della società civile e dei celerini gli esempi televisivi per la gioventù, gli ultra spiccano per una passione vagamente anarchica, tra il religioso e il carbonaro, come dei Franti che irridono il perbenismo di destra e di sinistra. Il tricolore è stato soppiantato dal vessillo della squadra, le coccarde risorgimentali dalle sciarpe, le picche dalle aste di bandiera. So che molti - giornalisti, moralisti, pedagogisti e così via - inorridiscono davanti a quella che sembra un'apologia del teppismo. Ma la violenza qui non c'entra, o c'entra poco. C'entra invece l'dea che, da una trentina d'anni, intorno ai simboli di un gioco - i colori di una squadra - decina di migliaia di giovani abbiano costruito culti laici, forme di solidarietà e di comunanza, percorsi di avventura e di leggenda, memorie e iconologie e sì, certo, amche inimicizie e occasioni per scontrarsi tra loro e con la polizia. Ma mettiamo per un attimo da parte la violenza, questo tabù di una cultura ipocrita , che non vuol vedere la domenica o allo stadio ciò che pratica da sempre, a genova nel 2001 come nei deserti del medio oriente. Restando ai simboli, che cosa è peggio? Il culto di Maradona o quello di Berlusconi? I canti da stadio o Sanremo? La nuova passione per il tricolore, che spira inarrestabile dai colli fatali, o il culto dei colori di una squadra? La parata del 2 giugno o le coreografie di curva? A ognuno i simboli che si merita.

Ma c' è un ultimo motivo che mi ha spinto a scrivere queste righe, e ha a che fare con il mio mestiere (mi si perdoni il narcisismo). I sociologi si occupano di cose astratte ma vicine a noi, banali, utili da sapere, forse, ma irrimediabilmente legate a quanto nella vita c'è di faticoso e di prosaico. Chi comanda e dove. Come il lavoro si trasforma. Come, in sostanza, siamo tutti burattini tirati da fili invisibili (e da burattinai per lo più sconosciuti o occulti). Gli antropologi dal canto loro studiano faccende più esotiche e divertenti, ma in terre lontane o in popoli scomparsi: riti, miti, credenze, culture. Nonostante le affinità, tra i due mestieri c'è un solco, più di stile e di scrittura, direi, che di teoria edi metodo. Qua, da noi, il prosaico, là, tra gli altri, il soffio dell'avventura e della divinità. Ora, quello che mi ha spinto, quindici anni fa, a raccontare la cultura ultra - in un libro che Balestrini ha voluto ricordare, proprio nei Furiosi - era esattamente la voglia di invertire lo schema, di mescolare le carte tra sociologia e antropologia. Mi sembrava che anche da noi si reinventassero delle mitologie, ci si organizzasse intorno ai rituali, si riscoprisse che il gioco - magari nella forma annacquata dello sport - è un potente motore culturale. Che insomma valesse la pena di rovesciare la profezia di Huizinga, secondo cui lo spirito ludico sarebbe stato espulso progressivamente dall'occidente, patria della partita doppia, del calcolo, dell'economia razionale e, insomma, della noia istituzionalizzata.

Non c'era tanto la riscoperta di Nietzsche in questa mossa, né un romanticismo tardivo. C'era invece la voglia, naturalmente commisurata al tempo in cui vivevo e ai miei mezzi, di raccontare un altro lato del nostro mondo. Se è lecito citarli, i miei classici del pensiero di sinistra non hanno mai dato per morta la dimensione mitica della vita. Marx ha riconosciuto l'eternità dell'arte tragica, Benjamin l'epica nella narrazione, persino Sartre, al culmine della sua adorazione per il socialismo in un paese solo, la necessità degli eroi. Io, cresciuto in una periferia urbana, ho lavorato su quello che potevo o che sapevo, il tifo calcistico. E così, credo, ha fatto Balestrini in questo libro. Ma non siamo in cattiva compagnia. Un'altra volta, mi sono preso la briga di raccogliere nella letteratura del Novecento gli echi della passione per il calcio. Ci sarebbe da farne un'antologia per le scuole - e magari questa casa editrice avrà voglia di farla, chissà. Ci sono Rilke e Nabokov, Saba e Pasolini, Sartre e Camus, Galeano e Soriano, Handke e tanti altri, compresi filosof i pensosi, letterati snob, saggisti insigni. Qualche ultra nello spirito, qualche benpensante, ma tutti incantati, come avrebbe detto Brera, dalla dea Eupalla, quella che ha ispirato più di ogni altra divinità una delle poche mitologie del nostro mondo.

Ciò detto, e ricordato il lontano sodalizio calcistico tra me e e Balestrini, questo libro è una prestazione letteraria, un romanzo o piuttosto un poema eroicomico, non un saggio di sociologia. Non parla di ultra veri, né di storie vere o di oggi, ma degli echi che una mitologia contemporanea ha risvegliato in un poeta e narratore. Una mitologia che sa di una tifoseria determinata , dei luoghi in cui ama raccogliersi e delle imprese di cui ama favoleggiare - ma che viene trascesa per diventare epica spicciola di una generazione. Anzi, di più generazioni. Gli ultrà che ho descritto quindici anni fa e quelli che qui vengono fatti parlare saranno, immagino, meno ferventi di un tempo, anche se sicuramente ancora fedeli alla curva e alle trasferte. Come gli antichi legionari romani saranno forse scivolati un po' indietro nelle file, per lasciare spazio ai giovani guerrieri. Ma saranno sermpre lì. Perché, come si dice tra i curvaioli, i giocatori cambiano, i presidenti vanno e vengono, ma le squadre - cioè i tifosi - restano.



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