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Quando mi sono arrivate le notizie della fine di Gelso l'inverno era quasi finito soprai catino di cemento armato del cortile c'era un cielo azzurro e luminoso l'aria era dolcequando soffiava il vento si sentiva l'odore del mare vicino cominciavamo a spogliarci giùall'aria a toglierci le camice e le maglie ci mettevamo lì sdraiati al sole i nostricorpi bianchi respiravano ma poi ci guardavamo e vedevamo sui nostri colli sul toracisulle spalle sulle braccia pallide delle macchie più scure dappertutto eravamo tutticoperti di quelle macchie che erano del funghi e facevamo finta di non guardarci di nonvedere quelle macchie che ci coprivano tutti è stato in quei giorni che mi è arrivatal'ultima lettera da fuori mi ricordo che era di Malva e mi parlava di Gelso

Gelso alla fine anche dietro pressione del medico del carcere che si era convinto delsuo stato di squilibrio mentale era stata accolta la sua domanda di scarcerazione erastato messo agli arresti domiciliari perché si erano convinti che in carcere non sipoteva curarlo che li non faceva che peggiorare e così era tornato a casa era tornato aabitare con la famiglia e i primi giorni i suoi amici i suoi compagni quelli che loconoscevano bene che erano anche suoi amici d'infanzia e che gli volevano bene andavano atrovarlo hanno cercato di stargli vicino di aiutarlo come potevano ma tutto sembravainutile Gelso ormai sembrava non riconoscere più nessuno non voleva parlare con nessunonon voleva vedere nessuno

aveva chiesto ai suoi genitori di non fare entrare nessuno nella sua camera e anche luinon usciva mai dalla sua camera si faceva anche portare da mangiare nella sua camera e inpochi giorni ha trasformato la camera in una cella ha portato fuori tutti i mobili havoluto tenere solo una branda un tavolo e una sedia teneva sempre la finestra chiusa e laluce accesa anche di giorno e ha cominciato anche a arredarla come una cella con quellecose che usano i detenuti le scatole di cartone del detersivi o della pasta appese ai muriper farne delle mensole e poi una sera ha mimato un'evasione ha annodato le lenzuola e siè calato dalla finestra l'hanno ritrovato nel cortile con una caviglia slogata

ha passato un mese senza mai uscire dalla sua camera viveva come in prigione e nonvoleva assolutamente vedere nessuno e se vedeva qualcuno non lo riconosceva nonriconosceva quasi nemmeno i suoi genitori che naturalmente erano disperati non sapevanopiù cosa fare ma preferivano tenerlo li anche in quelle condizioni che così almeno nonlo mettevano in un manicomio criminale e dopo un mese un giorno l'hanno trovato impiccatonella sua cella che era la sua camera una mattina l'hanno trovato lì che si era impiccatocon le lenzuola annodate con cui aveva mimato l'evasione a cui aveva sempre pensato e cheneanche adesso gli era riuscita

la lettera di Malva finiva dicendo che dovevamo renderci conto di come le cose eranocambiate fuori adesso e che non ci immaginavamo come le cose erano diventate diverse fuoricome tutto fuori era cambiato l'aria l'atmosfera il clima i discorsi la gente non dovevamopensare che le cose erano rimaste come prima adesso la grande paura era passata i padronierano di nuovo sicuri di sé erano tornati a sfoggiare loro i soldi le loro Rolls Royceper le strade le loro pellicce i loro gioielli alla Scala e adesso tutta la gente e anchetanti di quel compagni pensavano solo a lavorare a fare i soldi a dimenticare tutto quelloche era successo prima quando si credeva che tutto forse stava per cambiare

c'è un silenzio strano la sera dopo cena adesso non ci si chiama più da una cellaall'altra si vedono i rettangoli azzurrini degli spioncini allineati tutti illuminati dalriflesso del televisori si spande un unico impasto di musica e di voci monotono e ondulatoil soffitto è spaccato a intervalli dal riflettori gialli che proiettano la grata dellafinestra enorme che ti schiaccia sul letto sei dentro una gigantesca scatola di sardineschiacciate compresse sei dentro una scatola chiusa ermeticamente saldata cosa c'è fuorida questa scatola chi c'è fuori di qui cosa fanno cosa stanno facendo adesso perchécontinuano a fare delle cose a fare tutte le cose che fanno senza di me dove sono io qualesono io qual è la mia faccia adesso che mi è rimasta solo la mia faccia qui compressapiatta schiacciata

ho rotto lo specchio con il piede dello sgabello ho buttato tutte le schegge nel cessoho tirato l'acqua l'ho tirata cinque sei sette volte ho continuato a tirarla fissando ilbuco nero del cesso quel cerchio nero in cui l'acqua scendeva c'ho infilato la mano dentropoi più in fondo per sentire dov'era il fondo c'ho infilato la testa l'ho schiacciatagiù ma la testa non entrava non riusciva a passare da quel buco a uscire fuori daun'altra parte a vedere fuori a vedere dove sono dove siete quando eravamo mille diecimilacentomila non è possibile che fuori non c'è più nessuno non è possibile che non sentopiù niente che non sento più una voce un rumore un respiro non è possibile che fuoric'è solo un immenso cimitero dove siete mi sentite non sento non vi sento non sento piùniente i riflettori di colpo spaccano il buio illuminano a giorno la cella

quando la luce opaca del mattino scivolava dentro le sbarre e le grate le cose nellacella tornavano a avere l'aspetto insignificante e banale di sempre e riprendevamo apensare e a immaginare come potevamo vedere come potevamo farci vedere fuori da quelcarcere che stava diventando un cimitero il luogo del massimo silenzio dove non entra enon esce più un messaggio una voce un rumore ci siamo posti il problema di comericonquistarci una comunicazione con l'esterno e abbiamo deciso di cominciare nuove formedi lotta per spezzare quel silenzio di morte abbiamo cominciato con le battiture notturnedelle sbarre ci si metteva d'accordo sull'ora durante l'aria non avevamo orologi nonavevamo sveglie ma potevamo vedere l'ora sulla televisione accesa tutta la notte

e così nel mezzo della notte tutti insieme alla stessa ora cominciavamo a batteresulle sbarre coi mestoli di legno coi manici di scopa con gli sgabelli soprattutto con lepentole e i pentolini e scoppiava il finimondo perché tutti battevano sempre più forteanche quelli degli altri piani che sentivano battere e si mettevano a battere anche lorocon noi e in quel luogo chiuso tutte le celle tutti i corridoi rimbombavano nella notte ilcarcere sembrava scoppiare sembrava che veniva giù tutto però alla fine quando pianopiano i colpi finivano veniva una grande tristezza perché tutti ci rendevamo conto chebattevamo soltanto per noi stessi e per le guardie perché il carcere era in mezzo allacampagna isolato sperduto in una grande distesa vuota sconfinata dove intorno non c'eranessuno che ci poteva sentire

allora abbiamo pensato che forse potevamo attirare di più l'attenzione facendo lefiaccolate però per fare le fiaccolate era più complicato c'erano più problemi perchéc'erano le grate alle finestre c'erano le grate di ferro che avevano messo oltre le sbarreper impedire di passare qualcosa da un piano all'altro e allora abbiamo dovuto bucare legrate abbiamo spaccato gli sgabelli e abbiamo fatto dei pezzi di legno a punta e conquesti pezzi di legno lentamente e faticosamente riuscivamo a allargare le maglie e abucare la rete e poi a ingrandire il buco finché ci potevamo far passare le fiaccoleattraverso il buco

abbiamo fatto i buchi in tutte le reti e poi abbiamo fatto le fiaccole le fiaccole sifacevano con pezzi di lenzuoli legati stretti e poi imbevuti d'olio e allora anche lìall'ora stabilita nel mezzo della notte rutti accendevano l'olio delle fiaccole einfilavano questi fuochi nel buchi delle grate ma anche li non c'era nessuno che li vedevale fiaccole bruciavano a lungo doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti queifuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gliunici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavanopiccoli lontanissimi sul nastro nero dell'autostrada a qualche chilometro dal carcere oforse un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nerosilenzioso e non vedono niente



© 1987 Ed. Bompiani.



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