Secondo capitolo



Il lavoro


Io stavo lí a Fuorni che è una frazione di Salerno. Poi c'erano Giovi e Caserosse e Mariconda e Pastena e Mercatello eccetera. Alla fine delle scuole elementari mio padre e mia madre pensarono di farmi continuare e si consigliarono dagli insegnanti. E questi qua elogiarono mio padre e mia madre. Dovrebbero fare tutti cosí i genitori gli dissero. Però gli dettero un consiglio. Meglio che non vada alle scuole medie. Innanzitutto lí ci vuole l'esame integrativo. E poi alle scuole medie si studia di piú lo studio è piú pesante. Ci vogliono piú libri piú soldi. E poi magari non le può finire le scuole medie perché vi costa troppo.

Però vostro figlio può andare alle scuole professionali cosí poi potrà avere un posto in una fabbrica. Fare il capo operaio il capo reparto. A noi le parole capo operaio capo reparto suonavano come un mito. Una cosa che non si sapeva neanche bene che cazzo era. Perché come potevamo saperlo che di fabbriche lí ancora non ce n'erano? Mio padre era uno che ha fatto mille mestieri. Figlio di contadini aveva fatto di tutto dal contrabbandiere nel dopoguerra al manovale nell'edilizia come faceva adesso. E cosí si decide che io continuo a andare a scuola. Io tenevo paura di andare alla scuola superiore come si diceva. Per fortuna c'erano altri amici di Fuorni che c'andavano anche loro.

Ci dovemmo fare l'abbonamento alla filovia da Fuorni in città. Già subito dai primi giorni di scuola ci furono tra noi in classe delle divisioni. Fra quelli che erano dei cittadini e noi che venivamo da fuori. Venivamo da Pontecagnano da Battipaglia da Baronissi da Giffoni da Nocera. Quelli che venivano dalla provincia erano i così detti cafoni gli altri erano i cittadini. Alcuni i primi giorni si adeguavano a questa condizione d'inferiorità dei cafoni. Cercavano di accaparrarsi la simpatia di fare amicizia coi cittadini col ragazzo di Salerno. Col gelato con la caramella prestandogli la penna o il quaderno.

Io e un mio amico di Pontecagnano preferimmo affrontare direttamente questo problema. Facemmo a botte direttamente con quelli di Salerno. E ci meritammo il rispetto di quei ragazzi proprio facendo a botte. Spesso all'uscita della scuola avvenivano scazzottate lotte terribili. Questo durò per tutto il primo anno delle scuole professionali. Poi il secondo e il terzo anno fu diverso. La differenza non era più tra cittadini e cafoni ma tra dritti e fessi. Quelli più fessi noi li prendevamo in giro gli fottevamo le colazioni e i soldi.

Fu allora che avvenne la scoperta della città. Che si fece il confronto tra la vita di paese e la vita di città. Vedevo tutte queste vetrine piene di merci. Pantaloni borse scarpe mobili radio. Vedevo più roba da mangiare nei negozi alimentari. Vedevo nelle edicole i giornali con le donne sopra. Mentre quando tornavo al paese vedevo le donne con la gonna giù fino ai piedi. Vedevo in città le copertine dei giornali i manifesti con queste donne così diverse. Le vedevo per strada le vedevo andando al cinema. Erano tutte cose nuove che stimolavano la fantasia. Cominciavo a capire qualcosa mi sembrava. E allora scoprii subito una cosa fondamentale. Che per vestire bene per mangiare bene per vivere bene ci volevano i soldi.

Tutta questa roba nuova che vedevo in città teneva un prezzo sopra. Dal giornale alla carne alle scarpe tutto teneva un prezzo sopra. Non era la frutta che stava sugli alberi e che noi m paese c'andavamo a prendere la sera. Non erano i pesci che stavano nel fiume e che noi c'andavamo a pescare. Non erano i vestiti che ci davano le madri che li facevano loro o che venivano da chissà dove. Pantaloni o scarpe che ci mettevamo senza neanche sapere di che colore erano perché ce ne fottevamo. C'era una grande differenza fra l'educazione ricevuta fino allora in paese dalle famiglie dall'ambiente contadino e adesso questo ambiente di città.

Allora scoprii l'importanza dei soldi e cominciai a chiedere più soldi a casa la domenica. Ma questi qua porco dio non me li potevano dare. Mi davano cento centocinquanta lire la settimana. Era già molto veramente non ce n'erano soldi in casa. Poi notavo una cosa. Vedevo tutti i miei amici quelli che non avevano continuato le scuole. Non andavano nei campi coi genitori a mettere i pomodori. Come era l'abitudine di sempre che avevo visto da quando ero nato. Vedevo che questi mentre io avevo rotto le abitudini del paese andando a scuola questi qua pure loro le avevano rotte in un altro modo. Invece di andare nei campi andavano a lavorare nei cantieri edili. E guadagnavano in due mesi più soldi che i genitori col raccolto di un anno.

Guadagnavano più soldi dei genitori e si mettevano i blue-jeans. Allora i blue-jeans erano la cosa più di moda. Erano gli anni che si vedevano quei film come Poveri ma belli. Ma noi che andavamo a scuola non c'avevamo le mille o le tremila lire per comprare i blue-jeans. Vedevo che quelli c'avevano i blue-jeans vedevo che c'avevano le magliette. Ma non quelle maghe di pastore dell'Irpinia di lana a mano, una maglia da negozio una maglia bella che ce n'erano di tutti i colori. Poi si compravano il giradischi i dischi. Il rock and roll il rhythm and blues tutta questa roba qua. Allora si cominciavano a ballare queste cose qua all'americana.

Ma ci volevano sempre i soldi. Qualcuno già pensava di comprarsi la lambretta. Erano cose eccezionali rompevano tutte le abitudini della vita dei paesi. Lí il proprietario terriero teneva il roirote il calesse col cavallo per uscire la domenica o per andare in città. Oppure la bicicletta quella col manubrio alto sempre nera. E adesso qua i figli dei pommaroli si compravano la lambretta e tutte le altre cose.

Io allora cominciai a dire a mia madre: Senti io non ci voglio andare più a scuola. Perché voglio i blue-jeans voglio andare al cinema voglio mangiarmi la pizza fuori. Voglio uscire e per fare questo ci vogliono i soldi. Se no che faccio. Studio ma poi devo stare qua a desiderare tutto. E mica è bello vivere desiderando tutto. Volevo vivere immediatamente allora. Era già l'età che si comincia a averci la ragazzina e tutte le domeniche organizzavamo da ballare. A questa richiesta mia madre dice: Senti però ti dico una cosa. Che tu sei superiore perché vai a scuola perché studi. Ma io non la sentivo proprio questa superiorità non l'avevo mai sentita.

Io la superiorità la misuravo in base alle cose. In base al blue-jeans in base alla maglietta in base al giradischi e basta. Non la misuravo in base a quelle cazzate che m'insegnavano a scuola. Perché guarda caso quelle cazzate non mi servivano mai per ballare mai per uscire mai per mangiare la pizza. Perciò questa cosa che mi diceva mia madre che ero superiore non la capivo. Sentivo che non era vera per niente.

E poi ne parliamo una volta che c'era anche mio padre. Mio padre tentenna un po'. Lui pensava che mandandomi a scuola io avrei avuto una vita migliore della sua. Adesso che vedeva che non ero più un bambino che stavo diventando un ragazzo che avevo certe richieste lui forse le capiva queste cose. Ma stai attento che il lavoro è una cosa brutta mi disse. Ti devi svegliare presto il mattino devi stare sempre a sentire il capo cantiere. Se non c'è lavoro non mangi se c'è lavoro devi faticare. Il lavoro non è mai una cosa bella. A te ti pare bello il lavoro perché ti fa mangiare la pizza ti fa andare a ballare ti fa andare al cinema. Ma quando c'avrai una famiglia con questo lavoro non potrai mangiarti la pizza non potrai andare a ballare. Ma dovrai dare da mangiare alla famiglia e allora vedrai che il lavoro è brutto e pesante.

Per questo devi pensarci bene. Io non ti dico vai a scuola o vai a lavorare. Ti dico solo una cosa. Il lavoro è brutto cerca di evitarlo. Io ti mando a scuola perché credo che è un modo per evitarti il lavoro. Questo ragionamento che il lavoro è una cosa brutta lo sentivo più vero rispetto a quello che aveva detto mia madre che io ero superiore. E comincio a pensare che non era vero neanche quello che avevano capito i miei amici che erano andati nei cantieri. Cioè che soldi uguale lavoro. E che dunque lavoro uguale felicità. Comincia a venirmi il dubbio sulla scoperta che avevo fatto che la felicità significa andare a lavorare in un cantiere edile.

Mio padre con questa prospettiva che mi dà sul lavoro su quello che è stata la sua vita era come se mi avesse detto: La vedi sta famiglia mi vedi me ti vedi te? E' una famiglia felice questa io te tua madre e le tue sorelle? Dei poveracci dei disgraziati ecco quello che siamo. E io allora capisco che è una fregatura il lavoro e basta. Perché nella mia famiglia non vedevo il blue-jeans non vedevo la maglietta non vedevo il giradischi. Mio padre diceva: Qua c'è una famiglia e qua c'è pure il lavoro. Io non faccio forse il lavoro? E il risultato lo vedi tu quale è.

Allora io comincio a traballare comincio a essere indeciso. Andare a scuola o andare a lavorare? Mi prendo il giradischi e la maglietta col lavoro ma poi faccio la fine di mio padre. Oppure vado a scuola che può darsi pure che sarò più felice. Nel senso che non farò la vita che sto facendo adesso in famiglia e come l'hanno fatta mio padre mia madre e le mie sorelle. E questa fu la cosa che mi fece continuare a andare a scuola. Andavo all'istituto professionale perché si pagavano meno tasse meno libri. E lo studio era più leggero o pressappoco inesistente.

Feci un corso triennale per elettrauto. Una cosa assurda perché quello è un mestiere che si impara in officina. Lo imparano i ragazzini svitando e avvitando le lampadine lo spinterogeno eccetera. Devi conoscere tutti i tipi di macchine. Noi imparavamo invece tutto così sui libri. I vari tipi di batteria di spinterogeno non li vedevamo mai. Imparavamo delle cose astratte che servivano a farti avere il voto. Poi vedevi che se si fulminava la lampadina di una macchina un ragazzino d'elettrauto di dodici anni sapeva aggiustarla subito. E tu non lo sapevi fare.

Questi istituti professionali servivano solo a dare il posto ai bidelli ai presidi ai professori disoccupati. Non servivano a noi che per andare a scuola spendevamo soldi in libri quaderni e pasti. E erano spese insostenibili per noi. Li tutto quello che contava era di sapere parlare bene della batteria dello spinterogeno della dinamo del motorino di avviamento. Se ne parlavi bene se sapevi a memoria quello che c'era sul libro avevi il voto. Ma ormai tutti erano convinti che quel cazzo di scuola non serviva a niente. Se ne parlavi con un professore lui naturalmente negava.

Ma no diceva ma loro sono ignoranti. Sono ragazzini che sanno fare solo le cose normali. Le fanno così ma non capiscono perché le fanno. Voi invece sapete cos'è la corrente elettrica come si forma come circola. Questo è un fatto superiore. Poi voi andrete a fare i capi nelle industrie. Ancora una volta ti sbattevano in faccia che diventavi un capo. Tutti noi capi che eravamo cinquanta o sessanta. E poi tutte le scuole professionali che c'erano in tutta Italia e che ogni anno sfornavano migliaia di capi. Ma quanti capi servono alle industrie in Italia?

Finalmente finí questa scuola in cui non s'imparava niente che servisse a qualcosa. E che lo sapevano anche i professori tanto è vero che agli esami non ci fu nessuno bocciato. Finita la scuola ognuno di noi cercava un posto. Andavamo a presentarci alla Fiat. Ai concessionari Fiat che c'hanno l'officina meccanica. Andavamo a parlare li. Chi sei? Elettrauto. Ma l'hai mai fatto? No ma l'ho imparato a scuola. Non ci prendevano mai. Andammo all'OM all'Autobianchi all'Alfa alla Lancia. Non ci prendevano non avevano bisogno di noi. Avevano bisogno dei loro ragazzini che imparavano tutto li e che sapevano fare tutto. Allora ognuno di noi prese una sua strada diversa non ci siamo manco visti più. Non credo che nessuno abbia mai fatto l'elettrauto o il capo reparto.

Io quell'estate andai a lavorare nelle fabbriche di pomodori. Lavoravo per dodici ore al giorno lavoravo anche la domenica. Lavorai due mesi e guadagnai quasi duecentocinquantamila lire. E con quei soldi comprai il cappotto e l'abbigliamento per tirare tutto l'inverno. Ma questo non bastava. Però non andai nel cantiere edile come avevo pensato di fare tre anni prima. Perché vedevo quelli che c'erano andati adesso che cominciavano a avere diciotto diciannove anni. Arrivati alla lambretta si erano fermati. Poi la lambretta si scassava. Ci volevano soldi per aggiustarla. E per le multe per la benzina. E cominciavano a sorgere i problemi di fidanzarsi di sposarsi. Ci voleva un sacco di soldi.

Una serie di problemi cominciavano a sorgere. E quelli mica ci pensavano più a ballare o al blue-jeans. Queste cominciavano a diventare cose di secondo piano. E poi succedeva che a volte venivano licenziati. Il lavoro cominciava a diventare duro. Si cominciava a fare il cottimo. E poi c'era il fatto che adesso tutti quanti si erano messi a guadagnare. Non era più un'eccezione in privilegio come quattro cinque anni prima. Era una necessità diventava una cosa uguale per tutti dovere guadagnare.

C'era anche un'idea fissa. Ma come tu sei stato a scuola e adesso ti metti a fare l'operaio? E così non potevi farlo. Era proprio un punto d'onore non andare a fare un certo lavoro se eri stato studente. Allora i miei genitori cercavano di mantenermi perché non andassi a lavorare nell'edilizia. E quando lavoravo nelle fabbriche di pomodori cercavano e anch'io cercavo di tenerlo nascosto.

E fu in quegli anni che cominciò l'industrializzazione. Cominciò l'epoca dello sviluppo nel sud. Anche per evitare che questi braccianti questi pommarolari si ribellassero perché non guadagnavano abbastanza soldi per vivere. Allora si fece un po' di industrie. Si potevano dare salari più bassi non c'erano sindacati. E così cominciarono a fare lavorare un po' di gente nelle fabbriche. Ma non troppa perché il grosso doveva partire per il nord doveva emigrare. E' cominciarono a esserci mi giro un po' di soldi.

Si vedevano automobili si vedevano frigoriferi televisori nelle case. E anch'io andai a lavorare per la prima volta in fabbrica. Andai all'Ideal Standard. E lí scoprii che era vero quello che mi aveva detto mio padre. Cioè che il lavoro è soltanto fatica. La fatica il lavoro e basta. Così poi fui licenziato dall'Ideal Standard. E pensai ano sbocco che veniva proposto in massa allora a tutti i meridionali. Cioè di emigrare di andare a Milano. Di andarmene anch'io su nel nord su dove tutta questa gente qua se ne stava partendo tutti in massa. Treni zeppi che si portavano via interi paesi dell'interno, dell'Appennino.

Non era la prima volta quella che io andavo su nel nord. C'ero già stato una volta subito dopo finito le scuole professionali prima dell'Ideal Standard a Brescia. Ero stato a Torino c'ero stato giusto un mese. C'era su mia sorella sposata che tornava giù ogni anno per le ferie in macchina. Io ero rimasto sconvolto da sta pianura da sto lavoro da sta mentalità. E me ne tornai precipitosamente indietro per starmene al mare per starmene a fare niente coi miei amici. Ero andato a Torino da mia sorella sposata e vidi che li abitava in una casa peggio della nostra a Salerno. Una casa che era in un portone a pianterreno. Una istanza e li dormivano e li mangiavano. Però giù tornavano in macchina sti stronzi.

Io ero andato su col treno. Un treno affollatissimo che volevo scendere già dopo trenta chilometri. Feci tutto il viaggio in piedi. Gente ubriaca con pezzi di pane così che mangiavano nei corridoi. Bambini che piangevano cacavano. Valigie pacchi scatole dappertutto. Una cosa tremenda e questi qua viaggiavano già da dieci ore. Io ero salito allora a Salerno e loro venivano dalla Sicilia. Viaggiavano già da dieci ore dal mattino. Erano incazzatissimi. Era il mese di aprile. Giù l'abitudine è sempre di emigrare in primavera perché si sa che al nord prima fa freddo. Allora per questa ragione la gente parte sempre tutta in primavera.

A Torino facevo il lucidatore metallico. Cioè la Fiat non è che certi pezzi certi accessori li fa tutti lei. Anzi non ne fa nessuno. Per esempio le maniglie della 500 della 600 che sono di alluminio e così tutta la roba di alluminio. Le fanno delle fonderie e poi le fonderie danno in subappalto sta roba per sgrossarla. C'è la sbavatura della fonderia la sbavatura intorno. Bisogna sgrossarlo il pezzo poi lucidarlo su un'altra smeriglio. C'è una smeriglio che lo sgrossa e una smeriglio che lo lucida. Con stoffa e fili d'acciaio. Si passa la maniglia che diventa lucida e si liscia. Quello era il lavoro. Mi dettero la qualifica di lucidatore metallico.

Ma li bisognava fare duemila pezzi al giorno. Non c'avevo neanche il tempo per soffiarmi il naso. Ero sempre tutto nero e sporco. Però ero lucidatore metallico. Ma a me non mi piaceva essere lucidatore metallico e dopo un mese me ne scappai via. Mi feci su i soldi che poi ho speso quella primavera. Ma adesso questa seconda volta che andavo su andavo su in un modo diverso. Vedevo chiaramente che non era più vero che qua al sud adesso per campare ce ne volevano meno di soldi che la roba costava meno. La roba che ormai usavano tutti la televisione o la carne in scatola costavano uguale a Salerno come a Torino. E la benzina costava uguale la lambretta costava uguale il treno costava uguale.

Qua al sud la roba che adesso si doveva usare non costava più di meno. Si fino a cinque o sei anni fa l'aglio le cipolle e le galline la frutta li riuscivi a prendere direttamente. Andavi in un campo e ti facevi la frutta il basilico le cipolle. Ma adesso tutti i campi erano recintati molto accuratamente e c'erano i guardiani dentro. C'erano i commercianti di frutta che questa frutta la vendevano. Insomma adesso andavi a finire dentro se la rubavi. E poi la gente si vergognava di fare vedere che era povera. E così la stessa roba di frutta e di verdura che prima in qualche modo non la compravi adesso la dovevi comprare. Costava forse un po' meno che a Torino o a Milano. Però qua non c'erano i soldi. Di soldi qua ce n'erano molti di meno. E io avevo deciso di andare su perché là si guadagnava veramente di più.

Lassú c'erano delle famiglie che conoscevo. Intere famiglie che erano partite. Una che abitava proprio di fianco alla porta della mia casa. Che erano partiti tutti. Il padre era stato pommarolaro. Metteva i pomodori alla Versecca una zona della piana del Sele. E i figli erano Angelo Rocco Andrea Armando Carmine Giovanni. Tutti fratelli e lavoravano tutti quanti insieme al padre coi pomodori. Tutti quanti a fare le canne tutti quanti a fare i turtielli. Cioè i rami delle ginestre che servivano per legare le piante dei pomodori alle canne per farli salire.

Poi c'era l'abitudine di prendere i pomodori di tagliarli a metà metterli al sole e di farli seccare. Poi passarli in un setaccio di rame e usciva la salsa il concentrato. Un modo antico di fare il concentrato. Che poi si metteva nei vasi di creta con una foglia di fico sopra. Si faceva così il concentrato di pomodoro poi si facevano anche le bottiglie. Le bottiglie le facevano tutti. A mezzogiorno si mangiava insalata di pomodori. La sera insalata di pomodori. La mattina insalata di pomodori. Vino e pane duro quel pane biscottato che si fa qua.

Mio padre invece faceva l'operaio saltuario. Faceva le canne, nella pianura. Cioè tagliava le canne nei prati selvatici che c'erano e poi ste canne le vendeva. Duecento trecento fasci di canne che ci voleva una settimana per farli li vendeva per trentamila lire alle fabbriche di maccheroni. Perché le fabbriche di maccheroni ci mettevano i maccheroni a seccare sulle canne. Un mestiere vecchio che poi è scomparso anche quello. Mio padre, un po' faceva questo mestiere qua. Un po' il manovale edile. Si arrangiava a fare tutti i mestieri. Molto spesso faceva il carrettiere perché aveva anche un cavallo col carretto. Si arrangiava in tutti i modi però assolutamente non faceva il bracciante non faceva il pommarolaro. Perché era un mestiere impossibile.

Io qualche volta quella famiglia di vicini li aiutavo coi pomodori. E mia madre mi chiamava: Non andarci con loro. Che vuoi mischiarti coi pommarolari? Quella famiglia adesso è tutta quanta emigrata però non erano emigrati così di un colpo tutti insieme. Era partito per primo il secondo fratello Andrea un tipo che in famiglia era la pecora nera. Era il tipo che si scansava sempre dal lavoro che nei campi si metteva sempre al fresco. Uno che il lavoro non gli piaceva. Era analfabeta neanche a scuola era voluto andare. Partì per fare il servizio militare e poi non tornò più giù.

Arrivava una lettera ogni tanto. E poi era arrivato lui qua in paese tutto elegante e pieno di soldi. Diceva che lui vendeva i fiori perché la gente comprava i fiori lassú nel nord. Era una cosa che a noi sembrava da pazzi che la gente comprasse i fiori. Lui diceva che vendeva i fiori che durante il giorno dei morti faceva settanta ottantamila lire di incasso. Ci sembrava incredibile. Adesso lui stava tentando di mettere su un negozio di fiori. Si stava prendendo la patente della macchina si voleva comprare un furgone per prendere i fiori a San Remo e portarli a Milano. Cose che sembravano fiabe ai fratelli ai vicini agli amici.

Le raccontava anche a noi queste cose perché c'era l'abitudine che ci sedevamo la sera davanti alle case sotto la pergola d'uva.

Che adesso c'hanno fatto il marciapiede e non c'è più neanche l'erba. E lí si parlava la sera e si ragionava. E Andrea raccontava queste cose che combinava nel nord. Così dopo tre o quattro anni che Andrea se n'era andato e era tornato a trovare la famiglia due o tre volte parte un altro fratello Rocco. Questo qua Rocco era uno dei giovani più parlati del paese. E tipo che mandava a fare in culo i padroni. Era il tipo che ai padroni non piaceva un tipo che si comprava anche i vestiti. Perché allora se uno si faceva un vestito nuovo i padroni quelli delle terre lo guardavano di brutto. Lo criticavano perché si era fatto il vestito nuovo.

Questo Rocco si era stancato di fare sta vita nei campi insieme a suo padre. E se ne va pure lui va a Milano. Arriva lí che stanno facendo la metropolitana e si mette a lavorare su uno scavatore. Ogni tanto anche lui scriveva. Quando arrivavano le lettere di uno che stava fuori prima si leggevano in famiglia. Poi si facevano leggere a tutte le famiglie di vicini che conoscevano questo qua. Diventava un fatto del paese: Quello ha scritto. Che dice. Che c'è di nuovo. Si sapeva che il postino era arrivato li a consegnare la lettera: Chi ha scritto. E' tuo figlio. Che dice. Che c'è di nuovo.

Che non c'era la televisione o il cinema o il giornale come c'è oggi. E giornale con su tutte le notizie. Prima le lettere erano un fatto importantissimo per la circolazione delle notizie. Che se ne parlava poi per una settimana o più si parlava di questa lettera. Poi ne arrivava un'altra e così si campava. Così io sapevo che Rocco a Milano lavorava su uno scavatore. E io non riuscivo a immaginare che cazzo fosse questo scavatore. Doveva essere una cosa bellissima lavorare su uno scavatore. In un paese contadino si conosce solo la zappa e i buoi.

Rocco scriveva che lavorava dodici ore al giorno. Il che non meravigliava perché nei campi magari se ne lavoravano quattordici il lavoro era senza orario. E guadagnava non so ma una cifra favolosa. Il padre naturalmente era soddisfatto. Rocco era fidanzato in un paese vicino e dopo un anno e mezzo arriva per sposarsi. Arriva in paese con un vestito nero con una camicia bianca una cravatta nera scarpe nere. Arriva elegantissimo lo guardavano tutti. Con una valigia non il solito cartone legato con lo spago con cui si andava su. E il padrone di casa dove abitava e dove abitavamo anche noi lo chiama. Gli dice: Come stai come vanno le cose. Lo guardava storto dalla testa ai piedi.

Poi tutti i proprietari di case o di terre parlavano di lui la sera quando andavano a farsi la barba dal barbiere. Li nel paese dal barbiere tutti i braccianti i contadini quando arrivava un proprietario gli davano sempre la precedenza a fare la barba. E il barbiere prendeva la tovaglia nuova pulita. Mentre per tutti gli altri usava sempre la stessa tovaglia per una giornata intera. La cambiava il giorno dopo perché erano tutti zozzi sporchi di terra. Per i proprietari invece prendeva ogni volta la tovaglia nuova. E il bello è che i proprietari la barba non la pagavano nemmeno mentre gli altri la pagavano.

I proprietari nel salone parlavano: Avete visto Rocco è tornato. Eh lui sta bene perché non andate via pure voi. E i braccianti dicevano: Macché sopra ci si sta malamente. Ci sta la nebbia l'aria è malamente. Noi non ci andiamo ci vanno i fessi. Quello mo' si crede di fare il signore così vestito pulito. Cioè il ragionamento padronale mica lo facevano i proprietari lo facevano gli altri quelli che restavano. Mentre i proprietari attizzavano solo il fuoco. Controllavano per vedere come andava questo fatto. Che arrivava un campagnolo così conciato in quel modo che loro non ce l'avevano neanche un vestito così. Li spostava un po' sto fatto gli guastava le cose. L'unica cosa che dicevano sti padroni era: Ma questo è un bravo ragazzo un ragazzo a posto. A questo non ci sono dubbi dicevano i braccianti.

Quando si era sposato Rocco aveva portato un vestito per suo padre per sua madre per i suoi fratelli. Tutti coi vestiti nuovi e tutti quanti a guardare la famiglia coi vestiti nuovi. Perché era roba che non si trovava lí nel paese manco in città. E c'erano i camerieri a questo matrimonio. Che portavano dolci champagne tutto. E la musica. Ma il matrimonio nel sud fra i contadini è sempre stato una grossa cosa un punto di arrivo per tutti. Per cui facevano anche i debiti per sposarsi e poi li pagavano per tutta la vita.

Sta famiglia man mano che le cose cominciavano a andare male se ne andavano uno alla volta anche gli altri. Tutti i fratelli se ne andavano e Rocco gli trovava il posto. Poi lassú stavano bene si sposavano eccetera. Finché se ne andarono tutti quanti anche i genitori. C'erano molte famiglie che avevano fatto così questa è quella che mi ricordo meglio perché li conoscevo direttamente. Erano i nostri vicini abitavano proprio qua di fianco a noi. E anch'io avevo deciso adesso di andarmene su al nord perché li c'erano i soldi.


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